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Paragrafo 2 . L'accelerazione dello sviluppo industriale.

     
Uno   degli   aspetti   pi   rilevanti   dell'et   giolittiana    fu
l'accelerazione dello sviluppo industriale, testimoniata dal raddoppio
della produzione e delle esportazioni di prodotti finiti.
     Una  cos  rapida  crescita  fu il risultato  di  una  favorevole
congiuntura  internazionale  e  di vari  fattori  interni.  Sul  piano
politico,  risultarono  determinanti la stabilit,  la  relativa  pace
sociale e il riavvicinamento alla Francia e all'Inghilterra. Lo  stato
intervenne  a  sostegno  della produzione  industriale  attraverso  la
realizzazione  di infrastrutture, come il traforo del Sempione  (verso
la  Svizzera), l'acquedotto pugliese e la bonifica delle zone paludose
attorno  a  Ferrara  e Rovigo, con commesse per forniture  militari  e
nazionalizzando la gestione dei telefoni e delle ferrovie.
     L'innalzamento  del  tenore di vita della popolazione,  attestato
dall'aumento del reddito pro capite di circa il 30% dal 1896 al  1913,
consent  un'espansione  dei  consumi  interni.  La  manodopera  rest
abbondante,    nonostante   la   crescente    emigrazione.    Un'ampia
disponibilit  di  capitali  fu  favorita  dalla  maggiore   stabilit
monetaria,  raggiunta grazie all'azione di controllo esercitata  dalla
Banca d'Italia, dal risanamento del bilancio, conseguito attraverso la
riduzione  degli interessi del debito pubblico, e da un pi efficiente
sistema  bancario  (particolarmente rilevanti furono gli  investimenti
della Banca commerciale
     
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     italiana  e  del  Credito  italiano,  banche  miste  sul  modello
tedesco, che esercitavano contemporaneamente credito e investimenti).
     I  maggiori progressi furono realizzati dalle industrie  pesanti.
Quelle   siderurgiche   ampliarono  gli  impianti   esistenti   e   ne
realizzarono di nuovi, aumentando la produzione di quindici  volte;  i
centri  pi  importanti, situati a Terni, Savona, Piombino e  Bagnoli,
erano  in  mano  a  grandi  complessi  (Falck,  Ilva,  Ansaldo),   che
controllavano  gran parte del settore ed erano in grado di  esercitare
anche un notevole peso politico.
     Rilevante  fu anche lo sviluppo delle industrie cantieristiche  e
produttrici   di   materiale   ferroviario,   specialmente   dopo   la
nazionalizzazione  delle  ferrovie.  Nel  frattempo  prendeva  il  via
l'industria  automobilistica, destinata a diventare un  asse  portante
dell'intero modello di sviluppo. Tra le varie imprese, quali  l'Itala,
la Scat, la Lancia e l'Alfa Romeo, si distinse presto la Fiat; fondata
nel  1899  da  Giovanni  Agnelli, nel  1914  produsse  4.646  vetture,
equivalenti a pi della met della produzione nazionale.
     Nel  settore della chimica, anch'esso in espansione, si  distinse
la  Pirelli.  Notevole  fu  la crescita della  produzione  di  energia
idroelettrica, che pass dai 100 milioni di chilowattora  nel  1898  a
pi di due miliardi e mezzo nel 1914.
     Nel     settore    agroalimentare,    l'industria    saccarifera,
avvantaggiata  dal protezionismo doganale e controllata dalla  potente
Unione zuccheri, realizz enormi guadagni, destinando gran parte della
produzione  all'estero  e vendendo il resto  sul  mercato  italiano  a
prezzi assai elevati.
     Questa   notevole   crescita  produttiva  non   imped   che   si
perpetuassero  gli squilibri gi evidenti nella nostra  economia,  che
anzi   si  consolidarono  ulteriormente.  L'industria  pesante  rimase
privilegiata e l'agricoltura penalizzata; solo in alcune zone del nord
e  del centro si formarono aziende agricole moderne, che, grazie  alla
maggiore  disponibilit di capitali, alla realizzazione  di  opere  di
bonifica,  alla  meccanizzazione e all'uso di  fertilizzanti  chimici,
conseguirono  forti  incrementi nella produzione sia  cerealicola  che
zootecnica.
     Il  sud  rimase  emarginato  dallo  sviluppo  economico.  Le  sue
risorse   naturali,  nonostante  la  realizzazione  di  alcune   opere
pubbliche  come  l'acquedotto  pugliese,  continuarono  a  non  essere
adeguatamente  utilizzate. Il protezionismo favor  la  cerealicoltura
estensiva   e   arretrata  dei  latifondi  e  danneggi  l'agricoltura
destinata all'esportazione; la mancanza di capitali, destinati in gran
parte   alle  industrie  del  nord,  imped  la  nascita  di  attivit
imprenditoriali.  La  crescente  disoccupazione  caus  un   massiccio
aumento dell'emigrazione. I dati relativi al primo decennio del secolo
rappresentano   l'indicatore  pi  significativo  dei   limiti   dello
sviluppo: il numero degli espatri raggiunse gli otto milioni, pi  del
doppio  rispetto  al decennio precedente; gli emigranti  quasi  sempre
abbandonavano  definitivamente  la  terra  d'origine  per   stabilirsi
oltreoceano,  soprattutto negli Stati Uniti;  qui,  su  un  totale  di
4.711.000  immigrati  italiani, 3.740.000  provenivano  dalle  regioni
meridionali.
     
     [Grafico non riportato: Emigrazione italiana dal 1871 al 1910].
